Nozione di Trasferimento di Azienda

In materia di trasferimento di ramo d’azienda, la Cassazione ha precisato che tanto la normativa comunitaria, quanto la legislazione nazionale (art. 2112 cod. civ., co. 5, come sostituito dal D.Lgs. 10 settembre 2003, n. 276, art. 32) perseguono il fine di “evitare che il trasferimento si trasformi in semplice strumento di sostituzione del datore di lavoro, in una pluralità di rapporti individuali con altro (datore di lavoro) sul quale i lavoratori possano riporre minore affidamento sul piano sia della solvibilità sia dell’attitudine a proseguire con continuità l’attivita produttiva (Cass. 26 gennaio 2012, n, 1085, in Guida lav., 2012, n. 11, 41).

L’art. 2112 cod. civ., co. 5, si riferisce alla “parte d’azienda, intesa come articolazione funzionale autonoma di un’attività economica organizzata”. In particolare, si deve trattare di “un’entità economica organizzata in modo stabile e non destinata all’esecuzione di una sola opera (cfr. Corte di Giustiza CE, 24 gennaio 2002, C-51/00) ovvero di un’organizzazione quale legame funzionale che renda le attività dei lavoratori interagenti e capaci di tradursi in beni o servizi determinati” anche se “il motivo del trasferimento ben può consistere nell’intento di superare uno stato di difficoltà economica”.

Inoltre, il “trasferimento deve consentire l’esercizio di una attività economica finalizzata al perseguimento di uno specifico obiettivo, il cui accertamento presuppone la valutazione complessiva di una pluralità di elementi, tra loro in rapporto di interdipendenza in relazione al tipo di impresa, consistenti nell’eventuale trapasso di elementi materiali o immateriali e del loro valore, nell’avvenuta riassunzione in fatto della maggior parte del personale da parte della nuova impresa, dell’eventuale trasferimento della clientela, nonché del grado di analogia tra le attività esercitate prima e dopo la cessione, in ciò differenziandosi dalla cessione del contratto ex art. 1406 cod. civ., che attiene alla vicenda circolatoria del solo contratto, comportando la sola sostituzione di uno dei soggetti contraenti e necessitando, per la sua efficacia, del consenso del lavoratore ceduto” (cfr. Cass. 17 marzo 2009, n. 6452, in Riv. crit. dir. lav., 2009, 447).

La fattispecie esaminata dalla Cassazione nella sentenza n. 1085/2012 riguardava la trasformazione, operata da una società farmaceutica, della VII rete di informatori medico scientifici, avvenuta, secondo la Corte, correttamente, in conformità all’art. 2112 cod. civ, co. 5, parte 2.

Elementi e Caratteristiche della Fattura

La fattura è il documento fiscale che attesta l’esecuzione di un contratto di compravendita e concede il diritto a riscuoterne il prezzo al venditore.

Tutti i titolari di Partita Iva devono emettere una fattura quando vendono un bene o prestano un servizio.

Questa regola ha però alcune eccezioni. Il venditore è  infatti esonerato dall’obbligo di emettere la fattura nei seguenti casi
-commercianti al minuto (emettono generalmente scontrino);
-prestazioni alberghiere (emettono ricevuta);
-agenzie di viaggio;
-somministrazione al pubblico di alimenti e bevande;
-autotrasporti di persone;
-transito sulle autostrade;
-agricoltori per beni di propria produzione;

La fattura deve essere emessa il giorno dell’operazione distinguendo tre situazioni diverse:
-cessione di beni immobili: il momento della stipulazione del contratto
-cessione di beni mobili: il giorno della consegna o spedizione; se vi è il documento di consegna (DDT), la fattura può essere emessa entro il 15 del mese successivo a quello di consegna o spedizione (fattura differita)
-prestazione di servizi: il giorno in cui viene pagato il corrispettivo

La fattura deve essere emessa in due esemplari: l’originale, che va consegnato o spedito al cliente, e la copia che deve essere conservata dall’emittente (per un periodo non inferiore a 10 anni).

Il contenuto può essere redatto senza vincoli particolari (ad esempio i dati identificativi del venditore possono essere inseriti nello schema nel centro in alto, oppure sulla sinistra in basso), ma deve contenere i seguenti elementi:
-la data di emissione e il numero progressivo attribuito (che ad ogni inizio anno deve ripartire da uno);
-i dati identificativi dell’emittente, che sono:
-il tipo di pagamento;
-gli estremi dei documenti di trasporto, cioè data e numero progressivo dei DDT, se si tratta di fattura differita;
-la natura, qualità e quantità dei beni ceduti;
-il prezzo unitario dei beni e il prezzo complessivo (ottenuto moltiplicando quantità per prezzo unitario);
-gli eventuali sconti e oneri accessori;
-l’aliquota e l’ammontare dell’IVA;
-il totale fattura, che costituisce l’importo totale a debito del compratore.

In particolare il contenuto della fattura e’ suddiviso in 2 parti: la prima descrittiva e la seconda tabellare

Parte descrittiva
Si tratta di una “descrizione” che fa da premessa alla parte tabellare
-Dati identificativi del venditore;
-Dati identificativi del compratore;
-Data di emissione;
-Numero della fattura;
-Informazioni sulle principali clausole contrattuali e condizioni di vendita (non obbligatorio);
-Eventuale riferimento al documento di trasporto.

Parte tabellare (o corpo della fattura)
Nella parte tabellare sono riportate informazioni di tipo quantitativo, collegate agli elementi essenziali e accessori del contratto e all’applicazione dell’Iva, che permettono di calcolare il totale della fattura, cioè l’importo che il compratore deve pagare.

La parte tabellare di una fattura può assumere forme diverse a seconda del numero di aliquote da applicare, ma in ogni caso le descrizioni e gli importi fanno riferimento:
-agli elementi essenziali del contratto di vendita, cioè alla descrizione della qualità e della quantità dei beni e all’inserimento del prezzo concordato, che permette di determinare l’importo complessivo del valore dei beni ceduti;
-agli importi collegati con le clausole accessorie del contratto, in caso di addebito nei confronti del
compratore;
-all’Iva che viene applicata sul valore dei beni principali e sugli oneri accessori imponibili: questi
ultimi corrispondono a beni accessori ceduti dal venditore insieme con i beni principali (ad esempio gli imballaggi) o a servizi prestati direttamente dal venditore (ad esempio trasporto a cura del venditore ma a carico del compratore), risultanti dalle clausole accessorie, che fanno parte della base imponibile.

Il contenuto della parte tabellare riguarda percio
-Natura, qualità e quantità dei beni e dei servizi forniti.
-Prezzo unitario e importo della fornitura.
-Sconti mercantili e costi accessori per definire la base imponibile (cioè l’importo sul quale si calcolerà l’IVA).
-Totale imponibile, aliquota Iva e ammontare dell’imposta.
-Importi esclusi o esenti da Iva, operazioni non imponibili (con la citazione dell’articolo relativo del decreto Iva)
-Totale della fattura (cioè l’importo complessivo dovuto dal compratore.

Sono disponibili vari modelli possibili di fattura, acquistabili in negozio, oppure frutto di schemi aziendali redatti al computer, come questo modello di fattura immediata presente sul sito Lafattura.net, oppure stampati direttamente da un programma di fatturazione computerizzato.

Come Funziona il Coworking

Lavorare da casa, tra le comodità delle proprie mura domestiche, è il sogno di moltissime persone, e grazie all’evoluzione della tecnologia lavorare da casa è diventato sempre più facile e diffuso, sia in Italia che nel mondo. Quando si parla di lavoro a casa, la maggior parte delle volte si intende il telelavoro, ovvero il lavoro a distanza tramite l’ausilio di un PC connesso a Internet.

Una delle modalità di telelavoro che si sta diffondendo sempre di più negli ultimi tempi è il coworking. Come suggerisce il termine inglese, il coworking è nient’altro che il lavoro, in questo caso il telelavoro, non da soli ma assieme ad un’altra persone o team. Coniata nel 1999, la parola coworking è stata utilizzata appena cinque anni fa per descrivere uno spazio di condivisione fisico. Il primo ufficio coworking fu aperto a San Francisco, e ci lavoravano tre informatici che collaboravano assieme per svolgere progetti di una certa importanza.

Molte offerte di lavoro di tipo coworking sono molto diffse negli Stati Uniti, ma di recente anche in Europa e in Italia si comincia a vedere qualcosa a riguardo.

Quando serve il coworking? A chi è consigliato? Se desiderate lavorare da casa e ogni tanto vi manca l’ispirazione o qualche stimolo per andare avanti, allora il coworking potrebbe essere la soluzione ideale. Perfetto soprattutto per i professionisti che si spostano da un ambiente all’altro, l’ufficio coworking può diventare la sede di interessanti discussioni, scambi d’idee e anche collaborazione su progetti di una certa importanza, che magari non era possibile concludere da soli.

Vantaggi e Svantaggi di Avviare un’Attività all’Estero

In molte sono le aziende che, negli ultimi anni, hanno deciso di avviare un attività all’estero. Questo è tanto più vero quando si parla di grandi imprese, con utili da capogiro, che possono permettersi senza dubbio di muovere capitali e linee di produzione lì dove il mercato ne decreta la maggiore redditività.

Diverso il discorso per tutti gli altri, che ovviamente non godono dello stesso tipo di opportunità e che non possono essere considerate privilegiate in tal senso: tuttavia, potrebbe risultare ugualmente molto interessante l’idea di avviare un’attività all’estero, ovviamente nel pieno rispetto della legge vigente in Italia.

Grazie anche alle innovazioni tecnologiche, essere parte di un progetto di delocalizzazione diventa molto più semplice e alla portata anche di quanti, fin’ora, non avevano mai preso in considerazione questa ulteriore possibilità di sviluppo per il proprio business.

I network informativi a quali è possibile accedere attraverso internet lasciano spazio a molte più attività di quanto non fosse possibile in passato, consentendo la commercializzazione di prodotti anche in zone molto lontane.Normalmente, quando una piccola o media impresa intende avviare un attività all’estero deve scontrarsi con problemi di natura fiscale, amministrativa, contabile e giuridica, ma ad oggi le informazioni relative sono molto facilmente raggiungibili attraverso internet.

Chi vuole, ad esempio, prima di compiere il grande passo, potrebbe iniziare con il cercare clienti all’estero e verificare così se esistono anche le condizioni di mercato per espandersi. Quello che era un tempo un salto nel buio, oggi è supportato da un gran numero di informazioni e di strumenti, rendendo molto semplice soprattutto un’esperienza all’interno dei confini dell’Unione Europea.

Come Mostrarsi Sicuri al Colloquio di Lavoro

Se appartieni alla categoria di persone che si presentano ad un colloquio di assunzione con estrema agitazione, cerca almeno di tenere presente alcuni trucchi per sentirti a tuo agio. Non ti impediranno certo di avere le mani sudate, ma ti aiuteranno almeno a non balbettare e a rispondere a tono alle domande.

Affronta il colloquio d’assunzione con disinvoltura e franchezza. Sapendo bene quello che vuoi e quello che puoi offrire. Senza bluffare ma anche senza sminuirti. E fai attenzione ai trabocchetti. Ricordati che l’abbigliamento e l’aspetto generale sono un biglietto di presentazione importantissimo, che condizionerà l’idea del direttore del personale o chi per lui si farà di te.

Quanto detto non significa che se non hai un fisico da top model sei destinata a rimanere disoccupata, la fatidica espressione “bella presenza” è un concetto più ampio, che sottintende un modo di vestire accurato, capelli puliti e in ordine, un profumo discreto, gesti misurati e un tono di voce “giusto”.

Vestiti tenendo conto di tre principi, l’abito deve risultare uno strumento di promozione di se stessi (e cioè non devi vestirti in modo provocatorio, disordinato e i colori devono armonizzarsi bene); è meglio vestirsi assecondando, per quanto possibile, il gusto di chi vi esamina, va bene un abbigliamento classico e preferibilmente indossa abiti consoni al lavoro a cui aspiri.

Rispondi alle domande con calma e franchezza, cerca di dimostrarti entusiasta o almeno motivata, a quel posto di lavoro. Ma cerca di non dare l’impressione che pur di avere un lavoro accetteresti qualsiasi cosa. Non sentirti obbligata a rispondere a tutto. Risulta essere giusto che chi ti esamina ti chieda se hai famiglia, ma non è autorizzato a chiedere nulla di più della tua sfera privata.

Può invece chiederti quasi tutto del tuo passato professionale, dove hai lavorato, che esperienza hai fatto e, se ti è capitato, come mai sei stato licenziato o ti sei licenziato. Oppure se stai cercando di cambiare lavoro, come mai vuoi lasciare il posto dove ti trovi. Per un elenco completo è possibile vedere questa guida sulle domande comuni su questo sito. In questo caso fai molta attenzione, mai parlare male dell’attuale datore di lavoro o dell’ambiente di lavoro. Dì piuttosto che hai voglia di fare un’esperienza nuova, di crescere professionalmente, eccetera.